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 Premessa
Nella sua accezione più classica e sintetica il viaggio è il trasferimento da un luogo ad un altro e, per estensione, implica effettuare un percorso. Lo...

Il Folklore
Ci sono due leggende che risalgono alla “nostra” notte dei tempi. Due storie che ci appartengono. Episodi mitici, racchiusi nei volti e nella magica presenza di due figure ...

Itinerario 1
Sulle Tracce di Ypa rende omaggio alla sacerdotessa celtica che si narra regnasse in questi luoghi, quando un grande lago, nato dallo scioglimento...

Itinerario 2
L’associazione “Tornare al Futuro”, in un’ottica di riscoperta dei paesaggi e della storia della propria comunità si propone di proseguire nella promozione...
L'Evento
Due serate (solitamente gli ultimi due sabati di Giugno) per riscoprire il piacere di “vivere” la piazza. L’iniziativa nasce dal progetto...

Prodotti e Produttori
La prodotti Artigianali di Scavarda è specializzata nella produzione, confezionamento e distribuzione di dolci tipici canavesani: Canestrelli...

Oltre la Morena Frontale
Il territorio della “morena frontale” di cui raccontiamo in questa pubblicazione è parte integrante del Canavese (Canavèis in lingua piemontese) che è un’area...

Visite ad hoc
L’Associazione Tornare al Futuro in collaborazione con alcune agenzie di incoming locali, su richiesta, per gruppi di almeno 10 persone, organizza giornate da trascorrere...

I Paesi Vicini
A pochi chilometri da Mazzè si trovano alcuni Paesi che meritano una visita. Innanzitutto Caluso, il centro abitato più grande di questa...
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Il Folklore
Due storie, un popolo e l’incanto che fu.
TRATTO DA “CALUSO ENOICA” Premessa DI CORRADO GNAVI
Ci sono due leggende che risalgono alla “nostra” notte dei tempi. Due storie che ci appartengono. Episodi mitici, racchiusi nei volti e nella magica presenza di due figure femminili. Una Ninfa e una Regina. La loro storia ha attraversato il tempo e lo spazio sulle cime dei nostri monti e nelle nostre valli. Per arrivare fino a noi attraverso la profonda evoluzione del territorio, del suo popolo, della sua naturae delle sue tradizioni. Lungo il viaggio, queste due leggende hanno lasciato testimonianze e segnali precisi. Insieme a personaggi, luoghi ed eventi che proprio da allora, dai nostri albori, fanno parte di noi. La Morena Frontale, così come la conosciamo oggi, ci racconta da sempre il fascino e il valore di tutto questo. E per sempre continuerà a farlo.
Nel nostro cielo, 15.000 anni fa: astri, amore e astuzie.
15.000 anni fa, all’interno del grande Anfiteatro Morenico del Canavese risplendeva una distesa di acque nella quale si specchiavano una cerchia maestosa di monti e il profilo di ampi colli. Un’oasi di assoluta pace e tranquillità ai piedi dell’imponente Arco delle Alpi. Un panorama magnifico, immerso in un clima rigido e ancora poco ospitale, ma caratterizzato da una natura intatta ed incontaminata. Con il trascorrere dei secoli e il sopraggiungere di un clima meno ostile e più temperato, flora e fauna del luogo mutarono profondamente. Renne e mammuth scomparvero. Castagni ed ulivi presero il posto di larici e pini. Proprio in questo periodo, comparve nella mitologia del luogo quella che, da sempre, può essere considerata a buon titolo la “nostra” ninfa: Albaluce.
Siamo ancora agli albori del neolitico e i popoli del canavese, che vivevano pacifici, in rudimentali palafitte, si dedicavano alla pesca, alla caccia, alla pastorizia e alla coltivazione nelle scarse radure circostanti. Le loro divinità erano rappresentate dalle insostituibili icone dalla natura. La Luna, il Sole, l’Alba, la Terra, la Notte, il Tempo, le Stelle. Ma anche le Ninfe del lago, dei boschi e delle sorgenti. E fra tutte le ninfe, lei: Albaluce. Con la sua singolare storia. arra la leggenda che la dea Alba amasse indugiare sulle limpide acque del lago e sulle sue sponde frondose. Vi si specchiava a lungo e, a volte, vi si tuffava per un rigenerante bagno mattutino. Un giorno il dio Sole, protetto dalla complicità delle nubi, sorprese l’Alba nei pressi del lago e se ne innamorò all’istante. Il dio Tempo però, geloso e possessivo, fece di tutto per ostacolare da subito qualsiasi contatto fra le due divinità, impedendo loro di incontrarsi. L’Alba, dopotutto, è destinata a precedere il sole. Ed è pur sempre il Tempo a stabilirlo. Non pareva esserci soluzione. Il Sole allora, innamorato e scontento, cominciò ad diventare indolente, poi furente, infine malinconico e svogliato. Le Stelle e la Luna, sue sorelle, insieme alla madre, Terra, fecero il possibile per consolarlo. Ma senza alcun risultato. Mancando all’improvviso la guida sicura ed efficiente del Sole, le stagioni cominciarono così ad alterarsi. Le annate e i raccolti si fecero sempre più scarsi. Tutti iniziarono ad imprecare contro il dio Tempo, che però rimase irremovibile e continuò ad ostacolare Alba e Sole. La grande famiglia celeste, seriamente preoccupata per la situazione, decise allora di intervenire ed escogitò un piano. Così un giorno, di primissimo mattino, la luna prese l’iniziativa e non scomparve più all’arrivo del Sole. Rimase invece sospesa in cielo, proprio lungo il quotidiano cammino del fratello. Fu così che la Luna, con la complicità della notte e delle stelle, nascose il Sole. Permettendogli di raggiungere l’Alba, a dispetto del Tempo. Quello che successe allora, oggi la chiamiamo eclissi. Grazie a quella provvidenziale sovrapposizione di astri, in un “complotto” che unì astuzia, amore e natura, il Sole incontrò finalmente l’amata Alba. E una nuova leggenda ebbe inizio.
Nascita di una dea: la divina Albaluce.
Sole ardente e Alba infuocata, insieme, diedero la vita a una splendida bambina. Aveva occhi color del cielo, lunghi capelli che sembravano fili d’oro, pelle candida e lucente. La chiamarono Albaluce. Nacque sul bric più alto di Caluso, crebbe sui colli e in riva a quello che era allora un grande lago. Diventò sinuosa e scattante nel corpo ma dolce, gentile e generosa nell’animo. Le sue compagne, le altre ninfe del bosco, la ammiravano e non ne erano gelose. Perchè Albaluce sapeva essere amica di tutti. I giovani uomini che la incontravano nei boschi ne rimanevano incantati e le offrivano devotamente i frutti del lavoro quotidiano: dalla cacciagione al raccolto. In breve tempo l’ammirazione per Albaluce divenne autentico culto. Bastava un suo sorriso per addolcire ogni animo, per ravvivare cuori sconsolati, per confortare chiunque dalla fatica quotidiana. Il culto di Albaluce crebbe così intatto e fecondo. Le venne dedicata una grandiosa festa di inizio autunno, che veniva celebrata ogni anno e che coinvolgeva tutti gli abitanti dei colli circostanti. I banchetti e i festeggiamenti duravano giorni e giorni, fino all’evento culminante, che si compiva nel giorno in cui il Sole poteva levarsi più alto nel cielo. In quel preciso momento, sotto gli occhi del popolo devoto, dalle tranquille acque del lago, maestosa e sorridente appariva proprio lei, Albaluce. Bellissima, in piedi su un cocchio dorato portato a riva da due maestosi cigni bianchi. Alla guida di un lungo e festoso corteo la ninfa si addentrava quindi fra i sentieri che portavano alle capanne e alle palafitte del lago, fino alle sorgenti, alle querce ed i castagni. Altre ninfe, fauni e satiri la accompagnavano con musiche melodiose, canti e balli. La cerimonia durava fino all’imbrunire in un’atmosfera di assoluta armonia. Poi, una volta terminati i balli, i canti, le cerimonie in suo onore, Albaluce risaliva sul cocchio dorato e si congedava con affetto per tornare, accompagnata dai fedeli cigni, all’imperturbabile pace del lago.
Leggende e realtà. La regina Ypa.
Anche i tempi più felici e festosi, con il passare dei secoli e il mutare degli eventi furono destinati a cambiare. Chiusa e costretta fra i territori del grande lago e la pianura, la popolazione dell’antico canavese, sempre più affollata e numerosa, cominciò a desiderare espansione e nuove risorse per la propria sopravvivenza. Ypa, allora regina delle tribù dei colli e delle palafitte, preoccupata del malessere che serpeggiava fra i suoi sudditi, era disorientata e incerta. Sapeva che solo la guerra avrebbe potuto garantire espansione. Ma sapeva anche che l’indole pacifica della sua gente non era fatta per dispute e conquiste. Un giorno, durante una delle sue visite alle tribù dei colli, la regina seguì un ruscelletto che dal grande lago proseguiva attraverso i boschi fino alla zona che oggi viene chiamata la Rocca di Mazzè: il punto più stretto del bacino sul quale “premeva” il grande lago. Dopo quella visita alla rocca boscosa Ypa ebbe in sogno una singolare visione, che raccontò in seguito al consiglio dei capi tribù. Nel sogno di Ypa era apparsa Cerere, dea delle messi. La dea aveva indicato alla regina il lago come luogo propizio, il solo posto capace di salvare dalla carestia le popolazioni in crescita. Cerere aveva consigliato di intervenire sul territorio circostante il lago, trasformandolo in terra coltivabile e in una nuova ed importante risorsa per il benessere del popolo. Il sogno di Ypa racchiudeva dunque una soluzione efficace. Ma come portarla a termine? Mentre gli anziani del consiglio consigliarono un lavoro lento e continuo in modo da far defluire le acque con calma, permettendo una naturale erosione delle sponde, i giovani avrebbero preferito intervenire in fretta, con uno scavo profondo ed ampio su tutta la collina. In modo da far defluire le acque più velocemente. Che fare? Le circostanze, l’indecisione, la mancanza d’esperienza, fecero prevalere la promettente irruenza dei giovani. E fra qualche residua incertezza il progetto prese vita. Tutti offrirono il loro contributo per la realizzazione dell’opera. Vennero organizzati turni di lavoro, selezionati materiali e strumenti, preparati ripari notturni per gli scavatori. Fino al gran giorno in cui i lavori ebbero inizio. Il materiale fine, sabbia e terra, venne trasportato lungo la collina che prosegue verso l’attuale Villareggia. Mentre il materiale grossolano, pietre e sassi, venne portato più in basso, fuori dal deflusso delle acque. Il lavoro si rivelò subito lungo e faticoso. Per anni, gli scavatori si avvicendarono sui fianchi della collina fino alla Rocca di Mazzè, assottigliando inesorabilmente il terreno circostante il grande lago. Ignari delle possibili conseguenze. Ma proprio il lieve presentimento che intimoriva la regina Ypa e gli anziani, preoccupati dei risultati di uno scavo tanto aggressivo, si rivelò inesorabilmente fondato. L’esile diaframma che restava ancora da scavare e che separava la profonda valle dal lago, durante gli scavi si lacerò improvvisamente. Sotto il peso inarrestabile dell’acqua, venne travolto un piccolo gruppo di giovani scavatori: sette vite sacrificate, senza possibilità di rimedio. Un pegno troppo gravoso, anche per un’opera che, finalmente conclusa proprio grazie al cedimento improvviso, avrebbe risollevato le sorti e il progresso della popolazione. Ypa, dall’alto del colle, vide compiersi contemporaneamente la più nera tragedia e il sogno di salvezza per il suo popolo. Il dolore si tramutò all’istante in un lungo grido, che diventò un lamento insistente. Quello che ancora sembra udirsi oggi durante i giorni della Dora Grossa. O nelle calde giornate dei disgeli primaverili o percorrendo i bric che fiancheggiano la valle. E’ il lamento incessante della regina Ypa, che sembra piangere incessantemente le sette vite travolte dalla benevola ambizione di un popolo e dalla furia delle acque del lago.
Un grande dono, una grande tradizione.
Ed ora un piccolo passo indietro. Per tornare alla vita nei villaggi dei boschi e sulle palafitte, proprio durante lo scavo della Valle di Mazzè. Molti giovani si erano trasferiti nelle capanne della Rocca per essere vicini al cantiere di ampliamento della zona intorno al grande lago. Ma in questo modo si erano venuti a creare non pochi problemi. I beni di prima necessità non erano sufficienti a procurare cibo per tutti. Le capanne erano poche e scomode. La vita era grama, dura. Povera di soddisfazioni e di svaghi. Non c’era neanche un po’ di vino per rallegrare gli animi di tanto in tanto. Il vino si conosceva già, a dire il vero. Ma era un prodotto di terre troppo lontane, di tribù che abitavano a mezzogiorno, oltre il piano, verso scirocco, su altri bric. Queste tribù conoscevano bene la dolce bevanda ricavata dai frutti di una pianta nuova, singolare, e molto ambita. Una pianta chiamata vis perchè, così come suggerito saggiamente dagli anziani, capace di dare vita. E sui bric di Caluso di allora si trattava di un nettare rarissimo. Che tale sarebbe rimasto se la ninfa Albaluce non avesse un giorno deciso di ricompensare le fatiche suo popolo e risollevare al tempo stesso l’assiduità al suo culto, che nel tempo si era affievolito. Lo fece con un dono inaspettato proprio durante la consueta, suggestiva, ma sempre meno frequentata, cerimonia d’inizio autunno. Emersa ancora una volta dalle acque del lago, ormai trasformate per sempre dall’intervento dell’uomo, la dea si rivolse ai pochi sudditi rimasti (sette giovani) con un gesto di compassionevole dolcezza e malinconia. Calde lacrime scesero dalle sue gote e bagnarono gli aridi arbusti presenti oltre le rive del lago. E in pochi attimi una sorprendente visione apparve ai sette pellegrini rimasti. Gli arbusti bagnati dalle lacrime della dea si trasformarono, abbracciandosi gli uni con gli altri. E da essi cominciarono a prendere vita succosi, dorati e dolci grappoli d’uva. La vite, finalmente. Nuova vita per tutti. Il nettare scaturito da questa uva si rivelò particolarmente caldo e inebriante. Ben presto i sette giovani diffusero la pianta sui sette bric di Caluso. Lo fecero in ricordo dei loro padri, i sette giovani scavatori che morirono proprio durante lo scavo della grande valle. Da allora, grazie alla coltivazione dell’uva, un’uva assolutamente speciale, i colli rifiorirono a nuova vita. Il suo vino venne chiamato Erbaluce, in onore alla dea che lo aveva desiderato e generato per il suo popolo. E fu così che, stanche della grande fatica del lavoro in pianura, le tribù tornarono ai loro luoghi di origine. Per poter coltivare e condividere il dono della loro dea, rinnovandone il culto e dando vita ad una nuova tradizione. Quella del vino Erbaluce. Da quel giorno le feste autunnali in onore della Ninfa Albaluce ripresero con i fasti e gli onori di un tempo. E col passare dei millenni, il nettare calusino Erbaluce ricavato dall’uva Albaluce moltiplicò il suo successo e la sua diffusione. Non solo sui bric d’origine, ma anche sulle pianure circostanti ed oltre i monti. Da allora ad oggi. Ovunque sia possibile ammirare l’Alba e seguire il passaggio del Sole. |
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